Foto di repertorio
Il passato che non passa e le ferite non guariscono: in alcuni luoghi di Napoli il dopoterremoto non è mai finito. Uno di questi è Forcella, quartiere simbolo della città border line, dove sono ancora visibili le impalcature (i tubi innocenti) di sostegno tra i palazzi.
Per la commemorazione del quarantennale del terremoto di Napoli, i cittadini e le associazioni di Forcella hanno realizzato un videomessaggio, riportato da Repubblica, per denunciare lo stato di abbandono del quartiere, dove ancora insistono ponteggi e strutture che sostengono edifici pericolanti post-terremoto.
L’iniziativa è stata promossa dagli Enti aderenti al progetto “Fa.Re. Comunità – Famiglie Responsabili per una Comunità Educante a Forcella”, capitanato da APS Annalisa Durante, Legambiente Parco Letterario Vesuvio ed Associazione Samb e Diop, in collaborazione con Manallart, I Teatrini, Fiab Napoli CIcloveri e Meti, con il sostegno della Fondazione Banco di Napoli e la compartecipazione dell’Altra Napoli Onlus.
Il progetto è stato ideato per realizzare interventi per una più complessiva riqualificazione del quartiere per restituire qualità e vivibilità a strade, piazze e monumenti abbandonati al degrado. Giuseppe Perna, presidente dell’Associazione Annalisa Durante, ha spiegato: “Questa struttura va eliminata con la ristrutturazione della chiesa, una delle più antiche di Napoli, che rischia di crollare da un momento all’altro ed è divenuta una discarica di rifiuti a cielo aperto. Nel frattempo dobbiamo agire subito per riqualificare la zona”.
A ricordarlo fa ancora paura, quel giorno. Indelebile. Domenica 23 Novembre, di sera, alle 19 e 35 circa, le famiglie irpine si stavano mettendo a tavola o preparano la cena. Per chi amava il calcio c’era la sintesi della partita Juventus–Inter. Su Raiuno stava per concludersi Domenica In. Poi c’era il telegiornale. Ad Avellino e nel suo circondario, in quell’istante, arrivò da sottoterra un boato che si avvertì in gran parte del Sud e a Roma, un urlo vigoroso che accompagnò il movimento sussultorio dei pavimenti e dell’asfalto, mangiandosi intere abitazioni. Secondi che passarono interminabili e che buttarono giù palazzi, scale, stanze, tetti.
Il terremoto del 23 novembre 1980 durò un minuto e mezzo. Basti provare a contare 90 secondi mentre il mondo ti crolla sotto i piedi o sopra la testa. Solo in questo modo si può comprendere la paura di chi quel giorno sentì quella scossa di 6.9° della scala Richter (pari a circa il decimo grado della scala Mercalli). Morirono 2914 persone (ma i dati non sono mai stati accertati con precisione). Quasi 9mila furono gravemente ferite.
Fra Campania, Basilicata e Puglia, circa 37 comuni furono completamente rasi al suolo. Successivamente, da altri dati, risultò che dei 679 comuni che costituiscono le otto aree interessate dal sisma (Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia), ben 506 (il 74%) subirono danni di varia entità.
Il rumore dell’Irpinia, di quella sera terribile, risuona ancora oggi nelle case delle città coinvolte. Chi c’era, fu testimone della “fine del mondo”: un dramma mai dimenticato, solo in parte rimosso perché purtroppo lontano alle nuove generazioni.
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