foto di Annalisa Piromallo
Mentre a Napoli, ancora si dibatte zona gialla o zona rossa ( senza neanche passare per l’arancione) nottetempo l’artista Jago dalla Sanità trasporta la sua ultima creatura, 2 metri di lunghezza e 700 chili di pesantezza. Lo scarica con una gru e lo piazza davanti a Palazzo Reale, sotto le nicchie dei re. I regnanti sono su un piedistallo, il feto, bianco e candido, è steso per terra con una catena che simboleggia il suo cordone ombelicale.
Il contrasto è stridente e la “visione” ha spaccato in due la città, più dei sostenitori del lockdown sì, lockdown no. Chi ritiene Jago un genio, un po’ un Cattelan in erba, chi lo giudica un provocatore e scopiazzatore. Due parole le merita: pseudonimo di Jacopo Cardillo nato a Frosinone nel 1987, a 24 anni è selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla Biennale di Venezia. Ha vissuto a New York e adesso si è trasferito nel Rione Sanità a Napoli: “Volevo fare un salto di qualità. Il Rione sarà la Manhattan del futuro. Qui c’è un capitale umano e artistico con un potenziale incredibile”, dice.
Realizzato con la Fondazione della Comunità San Gennaro, il titolo “Look-down” rimane ambiguo: un invito a “guardare in basso” per non inciampare o rimanda a qualcosa di più profondo. “Il significato andatelo a chiedere a tutti quelli che, in questo momento, sono stati lasciati incatenati nella loro condizione”, spiega Jago che sul campo si è meritato l’appellativo di “social artist”. Nel “Figlio Velato”, altra sua installazione molto discussa, si ispira al Cristo Velato di Giuseppe Sammartino e celebra il sacrificio di un uomo che muore per la collettività. Adesso è già al lavoro con una montagna di marmo dal quale tirare fuori “La mia pietà”.
In tempi bui di pandemia venuta dalla Cina e d’impatto di crisi anche sul mondo dell’arte Jago vuole credere che siamo alle soglie di un nuovo Rinascimento.
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