Un bimbo dagli occhi stanchi e chiusi che si chiama Homeless. Una catena che lo tiene inchiodato a terra, alla sua condizione di fragile, di senza-certezze, la “categoria” schiacciata dall’immane crisi economica indotta dalla pandemia, che già sta piegando società e famiglie.
Ecco perché quell’installazione, comparsa all’alba di oggi nel cuore di piazza del Plebiscito a Napoli, ha un titolo che arriva come un imperativo che parla a tutti, nei giorni della grande inquietudine : “Look down“, invece di Lockdown. Cioè: guarda in basso, guarda ai vulnerabili, agli ultimi.
Firmato: Jago, al secolo Jacopo Cardillo, 33enne e sensibile artista social, originario di Frosinone e scultore talentuoso che ha già conquistato riconoscimenti e commesse importanti anche all’estero.
“Homeless” riporta così all’essenza dei clochard, ma rivela l’innocenza dell’essere umano tornato nudo al cordone ombelicale. La figura rannicchiata in posizione fetale. Un metro e sessantacinque per altrettanti centimetri di larghezza, altezza sessantaquattro. Una macchia di purezza, marmo bianco, che sfida lo sguardo curioso o diffidente dei passanti.
Jago abbandona un’opera da un milione di euro in piazza del Plebiscito: “Il significato della mia opera? Andatelo a chiedere a tutti quelli che, in questo momento, sono lasciati incatenati nella loro condizione. “Look down” è l’invito a guardare in basso, ai problemi che affliggono la società e alla paura di una situazione di povertà diffusa che si prospetta essere molto preoccupante, soprattutto per i più fragili“.
Ma quella presenza che sembra viva e così precaria, un bambino vulnerabile, intende lanciare il grido utile per governanti e opinione pubblica: Look down, appunto. Soprattutto nel lockdown , guarda a chi , sotto il dilagare del virus e delle chiusure più o meno indispensabili , finisce sempre più giù, guarda a chi resta indietro. Un titolo in evidente assonanza con quella parola che ormai tormenta il mondo ed è entrata nel lessico istituzionale e nel linguaggio del potere.
Un monito che è rivolto a tutti , per Jago e il suo gruppo di giovani collaboratori che ormai da anni, mobilitano forze sociali e cittadinanza , attraverso l’arte vissuta come officina che rielabora il presente. Oltre che come laboratorio aperto anche on Line, completamente accessibile e senza intermediazioni.
È la prima volta, da quando è cominciata la lunga battaglia contro il virus, che un artista decide di donare una sua opera per metterla al servizio di chi non ha voce. Una scelta in coerenza, per Jago, con la sua idea di arte e di impegno.
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