La notizia che arriva dal Messico ha dell’incredibile. Un neonato è stato trovato in una strada deserta nella città di Tlaltenango in Messico. Era stato messo in una scatola per pizza. Il bimbo era avvolto in una coperta ed era accompagnato da un biglietto che diceva: “Prenditi cura di mio nipote. Mia figlia è morta di parto e non posso permettermi di crescerla. Spero che avrà una vita migliore e che Dio mi perdonerà “.
Sono stati contattati i servizi sociali e il bambino è stato portato in un ospedale locale per alcuni esami medici. Nel frattempo si è scatenato un tam tam enorme, sui giornali, sui social, ovunque. Si è espresso anche il sindaco della città pronto ad aiutare la famiglia, il Comune, le istituzioni tutte e anche il prete che l’ha battezzato Angelo Gabriele. La gente scrive attonita, non ci sta, anche comprensibilmente, a tanta separazione.
Si domanda come sia possibile rintracciare i genitori e la nonna, scrive sperando che leggano e che sappiano che gli aiuti arriveranno. Vorrebbero tutti un finale diverso. Ciò nonostante la famiglia non esce fuori e forse è così difficile per noi pensare che non vogliano essere raggiunti. Forse, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è ora di smetterla di volerla ritrovare a tutti i costi ed è ora di pensare che la maternità e la paternità vanno oltre la sfera biologica e che si può cercare in altri cuori l’amore per quel bimbo.
Ma soprattutto è ora di capire che gli aiuti dati a monte servono di più che gli aiuti promessi dopo, perché nel frattempo si è fatto i conti con quel senso di inadeguatezza, impotenza e frustrazione così difficile da scardinare. Tanto da rendere un riavvicinamento doloroso quanto un abbandono.
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