Giustizia a rilento. E’ stato condannato con una pena più alta rispetto a quella decisa in primo grado ma nei sette anni durante i quali si e’ svolto il processo d’appello l’imputato e’ morto. A raccontare la storia il quotidiano ‘La Nazione’.
Secondo quanto riportato l’avvocato avrebbe saputo del decesso solo quando la sentenza era già stata pronunciata. La storia ha inizio nel 2010 quanto un 53enne di Sesto Fiorentino (Firenze) viene indagato per peculato: da amministratore di fatto di un’agenzia di pratiche auto avrebbe trattenuto i soldi dei bolli che invece andavano versati all’Aci. Nel 2012, in abbreviato, fu condannato a un anno e quattro mesi. La condanna pero’ fu impugnata sia dal difensore del 53enne che dalla procura generale: quest’ultima riteneva troppo bassa la pena. Passa il tempo e l’uomo non si fa più vivo con l’avvocato Giovanni Marchese e anche il processo pare dimenticato ma nel 2019 riappaiono le notifiche.
Il difensore chiarisce che l’udienza in corte d’appello si teneva il 14 novembre scorso ma che l’avviso era stato notificato a lui perché l’imputato non veniva trovato. Lui stesso provo’ a cercare il suo assistito al cellulare ma senza successo fino a quando, dopo aver inviato un messaggio ad una conoscenza comune, ha scoperto del decesso. La notizia sarebbe arrivata al legale il giorno dell’udienza, ma dopo la discussione del processo, e quando l’avvocato sarebbe tornato in corte d’appello per avvisare della morte, era già stata pronunciata la sentenza che aumentava la pena di due anni e quattro mesi.
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