Ha un male alla gola ma aspetta ancora la Tac, la storia di Antonio abbandonato in una cella

Catapultato in un carcere di un’altra regione e in attesa di una tac che dovrebbe accertare lo stadio di un linfonodo alla gola diagnosticatogli a settembre. È questa l’estrema sintesi della drammatica storia di Antonio A., 45enne detenuto napoletano.

La sua odissea ha avuto inizio esattamente un anno fa, quando Antonio ha dovuto subire un delicato intervento alla colonna vertebrale. Era il novembre del 2018 e l’operazione, effettuata presso il Centro Neuromed di Pozzilli (in provincia di Isernia), è stata molto complessa perché focalizzata sul suo midollo osseo. Già ad ottobre, come scritto sulla denuncia inviata in Procura dall’avvocato Carlo Fabbozzo (legale difensore di Antonio), “il giudice del Tribunale di Napoli dott. Battinieri si auspicava che questi esami venissero fatti in tempi brevi“.

A gennaio del 2019 Antonio è stato arrestato e secondo quanto riportato dai referti medici, avrebbe dovuto scontare la sua pena seguendo un percorso sanitario e terapeutico stabilito. Ma Antonio era detenuto nel centro clinico del carcere di Secondigliano e dentro un cella certi diritti non contano.

Così, il 45enne, è rimasto in attesa all’interno del Centro sanitario facente parte del penitenziario. Ma le sventure non sono certo finite. La salute di Antonio ha continuato a peggiorare. Ha iniziato a fargli male la gola, parte del corpo dove aveva già subito tre interventi per i quali l’otorinolaringoiatra di famiglia aveva consigliato una visita ed esami specifici.

È emerso, dopo un controllo presso l’Ospedale del Mare, che Antonio ha un linfonodo alla gola. Questo ha preoccupato i medici che gli hanno diagnosticato una tac e una biopsia. La richiesta è stata fatta il 24 settembre scorso. Due giorni dopo, il 26 settembre, Antonio è stato trasferito presso il carcere di Caltanissetta, in Sicilia.

Le due patologie e la mancanza della moglie e dei 5 figli, hanno causato il peggioramento della salute di Antonio. Quest’ultimo, secondo pareri clinici – potrebbe rischiare –  l’aggravarsi del linfonodo. Per questo la moglie, Maria A. – con il supporto dell’avvocato Fabbozzo – ha fatto richiesta all’autorità giudiziaria per consentire al marito di iniziare le terapie e sostenere i dovuti accertamenti.

Il medico del penitenziario napoletano aveva sottoscritto già un referto dove è stata indicata ufficialmente la necessità di sottoporre Antonio alle verifiche sanitarie richieste. Ma ancora oggi, “dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP, ndr) e dai vertici del carcere di Caltanissetta non è arrivato alcun segnale“, ci ha detto il legale.

Di conseguenza Antonio ha iniziato la sua protesta nonviolenta, in perfetto stile pannelliano: prima si sarebbe seduto davanti la propria cella rifiutandosi di entrare e in seguito ha iniziato lo sciopero della fame e della seta. “Antonio mia ha raccontato – ha detto Fabbozzodi aver subito presunte violenze, maltrattamenti e minacce da alcuni agenti della Polizia Penitenziaria“.

Il 45enne sarebbe stato messo in isolamento e la situazione sarebbe andata avanti se avesse raccontato a qualcuno le presunte vessazioni subite. Per questo Antonio ha scritto una denuncia che il suo avvocato ha regolarmente presentato presso gli uffici delle Procura.

Ad oggi, senza considerare le presunte violenze che Antonio avrebbe subito e che saranno verificate dall’autorità giudiziaria, ci troviamo di fronte ad un caso di palese disumanità: impedire da due mesi ad un detenuto di sostenere esami e terapie che gli consentirebbero di curarsi. Il 45enne, invece, è stato abbandonato in una cella e conosciamo bene il degrado nel quale sono lasciate le carceri italiane.

La moglie Maria ha paura che Antonio possa morire tra le mura di un penitenziario. Ha paura, da madre, che i propri figli non possano vedere più il papà. Sfiancata dalle trasferte, molto costose, per andare a trovare Antonio, Maria ha lanciato un appello affinché al marito sia garantito il diritto alla salute, anche se detenuto: “Mio marito rischia di morire, chiedo solo che sia curato. La malattia non centra nulla con il fatto che Antonio è detenuto e che deve scontare la sua pena“.

Una richiesta legittima e garantita dalla Costituzione Italiana che inoltre, all’articolo 27 afferma: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“. Sarebbe un peccato se Antonio diventasse uno dei tanti “Ultimi” dimenticati dallo Stato e dalla società.

redazione

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