“Lazzarelle”, il progetto ecosostenibile per le detenute del carcere di Pozzuoli

Si chiama Lazzarelle il progetto nato nel 2010 dalla cooperativa sociale omonima e volto all’impiego delle detenute del carcere di Pozzuoli in una torrefazione. L’iniziativa, ideata dal presidente della cooperativa Imma Carpiniello, che ha spiegato come lo scopo sia di “dar vita a un’impresa tutta al femminile: al momento sono 6 le detenute che lavorano in questo progetto, ma complessivamente negli anni sono state coinvolte 56 donne”.

“Ognuna ha la propria storia, al tempo stesso differente e uguale a quella di molte altre – ha affermato CarpinielloPer esempio molte di loro, prima di lavorare con noi, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. La cosa importante e’ che con questo progetto non solo imparano un mestiere che possono far valere fuori una volta uscite dal carcere, ma soprattutto acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro potenzialità”.

Le Lazzarelle infatti sono un mezzo di inclusione sociale che dà una nuova chance alle detenute che così, una volta fuori, potranno costruirsi una vita onesta. “Per questo – aggiunge Carpinielloil carcere non deve essere visto come un luogo oscuro e dimenticato, ma la dimostrazione che, anche nelle condizioni piu’ difficili, tutte le donne possono essere protagoniste del loro cambiamento”.

L’iniziativa non si è fermata soltanto al caffè, ma negli anni ha incluso anche tè e infusi e attualmente si sta occupando dell’apertura di un bistrot al centro di Napoli, dove “non solo si potranno assaggiare e acquistare i prodotti delle Lazzarelle, ma anche raccontare il carcere in maniera differente”.

Oltre al valore sociale del progetto si aggiunge anche quello ecologico, motivo per il quale al Festival dell’Economia Civile che ha avuto luogo a Firenze lo scorso marzo, Lazzarelle è stato premiata per la sua sostenibilità: il caffè prodotto dalle detenute, infatti, è fatto solo con grani acquistati dalla Shadilly, cooperativa che promuove la collaborazione con i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo. Oltre a ciò il packaging del caffè è di sola plastica, senza alluminio, così da aiutarne il riciclo, e infine grazie ad una collaborazione con l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli le bucce dei chicchi di caffè vengono conservate per poi essere recuperate o riciclate.

“Siamo partiti da una ricerca fatta anni fa dalla Food and Drug Administration USA – spiega Alfonso Marino, docente del corso di Economia circolare per l’energia e l’ambiente –  nella quale si studiava come riciclare le buccette del caffè che oggi vengono buttate via come un rifiuto, mentre sono una preziosa materia prima seconda”. Questo particolare progetto di riciclo è ancora in fase sperimentale, ma sono già stati individuati possibili campi di applicazione, come quello farmaceutico e della bioplastica.

Elisabetta Fasanaro

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