Continua la “guerra” agli scavi illegali condotti da esperti tombaroli a Pompei. I predatori di tombe del nostro secolo scelgono alcuni tra i siti archeologici ancora inesplorati per condurre scavi illeciti e depredare reperti per poi rivenderli sul mercato nero, dove collezionisti, famiglie agiate, ma anche alcuni clan camorristici sono particolarmente interessati a questo tipo di compravendite. I reperti sono destinati a diventare arredi e soprammobili per le case degli acquirenti, perdendo così il loro status di beni archeologici disponibili per l’umanità. In Italia le antichità, note o ignote, sotterranee o marine, sono tutelate dalla legge e pertanto l’appropriazione illecita da parte di chiunque costituisce reato.
L’azione dei tombaroli non è sempre facilmente intercettabile: agiscono prevalentemente su siti ancora sepolti e inesplorati, rendendo poi il lavoro degli archeologi ancora più difficile, se non impossibile, stravolgendo la stratigrafia della zona archeologica. In alcuni casi, i pezzi di storia trafugati e non venduti sul mercato nero, vengono poi ritrovati all’interno di gallerie d’arte e case d’asta, in accordo con i trafficanti. Questo tipo di reperti avrebbe molto mercato soprattutto all’estero, in posti come Svizzera, Emirati Arabi e Stati Uniti.
I luoghi prediletti dai gruppi di tombaroli sarebbero quelli più famosi di Pompei e Boscoreale, ma anche quelli meno conosciuti di Nocera, Sant’Antonio Abate e Stabia, comprendendo anche alcuni siti pugliesi. Già una prima inchiesta è riuscita a bloccare un cunicolo illegale nella Civita Giuliana di Pompei dove, grazie alla collaborazione della Procura di Torre Annunziata e della Soprintendenza, sono iniziati gli scavi che hanno portato alla luce il primo calco intero di un cavallo.
Un’inchiesta partita nel 2014 dalla Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Napoli, sta cercando di chiarire il coinvolgimento del clan Cesarano nell’azione di un gruppo di tombaroli, ancora sotto processo davanti al Giudice per l’udienza preliminare (GUP) del Tribunale di Torre Annunziata. Il clan, con quartier generale nella periferia tra Castellamare e Pompei, sarebbe direttamente coinvolto nella vendita di reperti prevenienti da scavi abusivi e avrebbe anche più di un collegamento con squadre di tombaroli.
L’ultima traccia degli investigatori, condotta pochi giorni fa, ha infatti portato alla casa di un insospettabile 59enne benestante, residente nel centro della città di Stabia. L’appartamento dell’incensurato era un vero e proprio museo privato di ritrovamenti archeologici risalenti a varie epoche, tra cui due anforischi del VI secolo avanti cristo, ancora perfettamente conservati e trafugati dal sito di Nocera, una moneta d’oro appartenente all’imperatore Teodosio del III secolo dopo Cristo e alcuni spadini di origine medievale. Da quest’ultima inchiesta è stata però esclusa la partecipazione della camorra, ma l’obiettivo resta comunque quello di colpire i collezionisti, beneficiari esclusivi del traffico di reperti.
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