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L'”ergastolo bianco”, detenuti sequestrati dal 41bis: via allo sciopero della fame

Un limbo peggiore di quello raccontato e descritto da Dante Alighieri nel suo capolavoro, “La Divina Commedia“. Molti detenuti che hanno scontato la loro pena, sottoposti al regime del 41bis e che potrebbero usufruire delle misure di sicurezza – per essere reinseriti in società – rischiano di non vedere mai più, letteralmente, la luce del sole.

Infatti, le misure di sicurezza sono pene accessorie che vengono irrogate nel momento in cui un giudice emette un verdetto. Quindi un detenuto – definito “pericoloso” – una volta che ha espiato la pena detentiva inizia ad espiare quella accessoria stabilita dalla sentenza. Di conseguenza, il recluso, dovrebbe passare ad una casa di lavoro, cioè penitenziari con un regime detentivo che consenta loro di lavorare usufruendo di permessi accordati dall’autorità giudiziaria.

La casa di lavoro prevede che dopo un anno venga fissata un’udienza, all’esito della quale, il Magistrato di sorveglianza verifica la possibilità di scarcerare il detenuto in base ai progressi fatti da quest’ultimo. L’intero processo avviene sotto la super visione degli assistenti sociali che seguono il percorso riabilitativo del recluso. In questo modo, alla persona sarebbe garantito un progressivo reinserimento sociale, così come previsto dall’articolo 27 della Costituzione italiana. Ma questo, di fatto, per alcuni detenuti reclusi in certi penitenziari, non avviene. E perciò che essi vengono chiamati internati.

È il caso, secondo quanto appreso da VocediNapoli, del carcere di Tolmezzo dove sarebbe stato addirittura istituito un padiglione ad hoc, chiamato appunto delle “misure di sicurezza“. In pratica, i detenuti che dovrebbero usufruire di questa possibilità se la vedrebbero puntualmente negata, in quanto resterebbero sottoposti al 41bis. Di conseguenza, si verifica una contraddizione: il regime di massima sicurezza viene imposto per interrompere i contatti del detenuto con il mondo esterno, quindi si pone un’inconciliabilità isolamento-reinserimento.

Un corto circuito giuridico che potrebbe provocare un gravo caso di violazione dei diritti umani fondamentali previsti dal diritto internazionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Per questo, a Tolmezzo, sarebbe scattata una protesta non violenta da parte dei detenuti che avrebbero iniziato uno sciopero della fame. Inoltre è previsto a Roma, il prossimo 7 giugno, il verdetto su un ricorso presentato da alcuni avvocati che ha l’obiettivo di sollevare la possibile incostituzionalità di questa prassi.

Le difficoltà di molti avvocati è rappresentata dal fatto che le loro iniziative giuridiche sono paralizzate. Infatti, i ricorsi rispetto al 41 bis non vengono fissati da più di un anno e le richieste al Magistrato e Tribunale di sorveglianza vengono respinte perché incompatibili con il regime di massima sicurezza.

La domanda che si sono posti i legali è molto semplice: se al detenuto che spetterebbe la misura di sicurezza, quest’ultima viene negata, come farà poi il giudice ad avere gli elementi necessari per valutare il suo futuro inserimento in società? La risposta è altrettanto semplice: il giudice questi elementi non li potrà avere e il detenuto resterà all’infinito in questo tragico limbo.

redazione

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