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Santa, il mistero del bene e del male presente in ognuno di noi

Paolo in una lettera a Luana, scrive: “Avrei voluto […] capire quell’enorme lato oscuro che portavi sulle tue spalle di finta normalità […] spiegarti che non dovevi averne paura e che tutti abbiamo una parte che ci spaventa e che ci libera, tutti siamo fatti anche di Santa“.

Siamo alla fine di Santa, il libro della giornalista Alessandra Macchitella Edizioni Les Flaneurs con la prefazione di Aldo Cazzullo. Vi sono sopratutto due nomi: Santa e Luana che possono essere due aspetti contrastanti di una stessa persona o anche di due persone diverse, in lotta, come il bene (Luana) e il male (Santa).

Il lato oscuro di cui parla Paolo fa capo al mistero del bene e del male. Pertanto anche la migliore Luana, non è escluso che possa commettere, da un giorno all’altro un atto estremo per liberarsi definitivamente dal male (Santa).

Ed è quello che succede nel finale del romanzo, che non vogliamo svelare ed è da brivido. Una conclusione a sorpresa che lascia di stucco e in confusione il lettore come Paolo che fa fatica a rendersi conto della situazione reale. Tutto ciò induce a pensare ed approfondire l’aspetto della delusione, della disperazione, dell’amore umano e infine della misericordia, che nella storia raccontata nel libro vince e dura come sentimento eterno.

Ciò che è stato non muore mai! Questo non a caso è il titolo dell’ultimo paragrafo del libro. Quello che vince eternamente sulla delusione e disperazione, è l’amore vero, sperando nella misericordia. È una prospettiva di salvezza che abbraccia, salva e riempie tutto e tutti di significato e di bellezza.

Ed è ancora Paolo che scrive, rivolgendosi alla donna amata: “Per colpa tua ho iniziato ad andare in Chiesa la domenica. Prego a un Dio a cui non credo […] mi sveglio di buon’ora e mi raccomando di essere clemente con te. Tanto se esiste, avrà visto quanto sei bella, in tutti i sensi. Ti avrà perdonata […] so che ti amerò sempre e so che non voglio una vita a interruttore spento. Voglio la luce, anche a rischio di bruciarmi la vista“.

E pertanto mi sembra quanto mai appropriato concludere con una citazione di don Luigi Giussani: “[…] non possiamo vivere se non per la fede. Non come propaganda, ma come passione amorosa, perché in cuor mio penso sempre che altrimenti un uomo non può amare la sua donna e una donna non può amare suo figlio, se non con un vuoto disperato. E l’amare con disperazione vuol dire condannare a morte la persona amata” e anche se stessi.

Di Vito Piepoli

redazione

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