Sono passati anni da quando si aggiornavano i codici per le schede tv che consentivano di guardare gratis tutti contenuti di Stream e Tele +. Oggi la tecnologia è mutata e si è evoluta. Il meccanismo che da vita a quello che a Napoli viene chiamato pezzotto è cambiato.
Ora il sistema per avere a casa propria la possibilità di vedere tutto il palinsesto Sky, Premium, Netflix e Dazn è basato sul sistema del “card sharing“. Quest’ultimo prevede l’aggiornamento dei codici attraverso internet.
Quindi, basta avere un particolare decoder che una volta collegato alla rete del telefono, decodifica il segnale web trasmettendolo poi alla tv di casa. L’unica spesa fissa per gli utenti è proprio l’acquisto di questo decoder. Poi, il costo mensile del pacchetto di programmi, è pari a circa 10 euro al mese.
Ma attenzione, anche il “card sharing” è nell’occhio del ciclone. Infatti, l’autorità giudiziaria è a caccia di chi gestisce queste piattaforme. Ma una recente sentenza della Cassazione ha messo in guardia anche i consumatori finali.
Infatti, la suprema Corte ha condannato un utente finale a scontare 4 mesi di reclusione e a pagare 2mila euro di multa. Il consumatore, un uomo di 52 anni originario di Palermo, ha commesso reato i quanto: “Ha installato un apparecchio con decoder regolarmente alimentato alla rete Lan domestica ed internet collegato con apparato Tv e connessione all’impianto satellitare così rendendo visibili i canali televisivi del gruppo Sky Italia in assenza della relativa smart card“.
Il tribunale ha respinto il ricorso dell’utente, in quanto tale reato è stato reintrodotto nel codice penale italiano, tramite un intervento legislativo, nel 2003. Secondo la Cassazione, il reato consiste nella violazione della legge sul diritto d’autore del 1941 – art. 171 octies l.633/1941, che sanziona, “chiunque a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza per uso pubblico e privato apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale“.
Secondo quanto riportato da Corriere e Comunicazione, per la Cassazione: “La condotta incriminata è pacificamente consistita nella decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato, e dunque protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso poste in essere da parte dell’emittente, senza che assumano rilievo le concrete modalità con cui l’elusione venga attuata, evidenziandone la finalità fraudolenta nel mancato pagamento del canone applicato agli utenti per l’accesso ai suddetti programmi“.
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