Il calcio, come la vita, lo puoi analizzare con l’occhio scontato dell’immediatezza di giudizio o con l’occhio lungo della valutazione prospettica. Nel primo caso guardando all’esordio di ieri di Malcuit bisognerebbe annotarne solo le disattenzioni difensive (difetti di allineamento e diagonali soprattutto) come molti, quasi tutti, sia stampa che tifosi, si sono affrettati a fare con un disfattismo decisamente prematuro.
Chi ha l’occhio lungo e la temerarietà di esporsi valutando prima e non dopo ieri ha, invece, visto soprattutto qualcosa che non vedeva da tempo o forse non aveva mai visto. Un terzino destro del Napoli (oggi si direbbe esterno basso) con un piede dolcissimo che sa crossare, saltare l’uomo e dialogare con i compagni.
Nell’era De Laurentiis un terzino destro così non era mai esistito. Da Maggio ad Hysaj i tifosi azzurri non hanno mai avuto il piacere di vedere un bel cross o una serpentina sulla fascia destra. Nelle ere precedenti più recenti il numero 2 azzurro era il marcatore di un’altra epoca: da Bruscolotti a Ciro Ferrara.
A me ieri Malcuit ha messo allegria e speranza. Certo le sue disattenzioni (inevitabili dopo pochi giorni di allenamenti con i nuovi compagni) con Sarri non le avremmo mai viste perché prima di sei mesi di lezioni non avremmo mai visto in campo il francese. O forse viste le sue caratteristiche non l’avremmo proprio mai preso.
Ora c’è, invece, una nuova era. Si prova, si sbaglia, si cambia. Come dimostrano anche gli altri esperimenti. Intrigantissimo quello della coppia Mertens-Milik che Sarri non ci ha mai fatto vedere per non sacrificare gli intoccabili (finalmente non più) Insigne e Callejon. Ma ora non c’è più un allenatore che punta a fare bella figura, c’è un tecnico che punta ad allestire un progetto duraturo anche attraverso sconfitte ed errori. Ed alla lunga questa è sicuramente una strada vincente.
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