Scampia

I kamikaze del boss e la stesa che ha ucciso Genny: “Era un birillo da buttare giù”

“Non erano esseri umani ma dei bersagli da colpire per dimostrare a tutti che nessuno doveva osare sfidare i “Capitoni“. Queste le motivazioni del giudice dell’udienza preliminari nella sentenza che ha condannato all’ergastolo i quattro autori della “stesa” in piazza San Vincenzo nel Rione Sanità a Napoli che il 6 settembre 2015 costò la vita al 17enne Genny Cesarano.

Luigi Cutarelli, Antonio Buono, Ciro Perfetto e Mariano Torre, giovani “kamikaze” al servizio del boss Carlo Lo Russo (oggi pentito, condannato a 16 anni), hanno dimostrato -secondo quanto scritto dal gup nelle motivazioni della sentenza – la loro “indifferenza” e “ferocia” nel compiere un raid intimidatorio che ha poi provocato la morte di un innocente. Ben 24 i colpi d’arma da fuoco partiti da tre pistole di diverso calibro (9×21, 7×65 e 356), uno dei quali ha ucciso Genny. Non sono state riconosciute le attenuanti generiche, nonostante l’ammissione delle proprie responsabilità da parte degli imputati, perché la spedizione punitiva si è sviluppata “con modalità tali da mettere a repentaglio l’incolumità fisica di qualsivoglia persona che si fosse, pur del tutto accidentalmente, venuta a trovare sul luogo del fatto e che concretamente ha determinato l’uccisione di un giovane del tutto estraneo alle logiche criminali”.

“Tra le vittime — scrive ancora il giudice — poteva esserci chiunque: ciò evidentemente non assumeva alcun interesse per gli imputati, agli occhi dei quali non si presentavano esseri umani ma semplicemente dai bersagli”, dei birilli – così come riportato da Il Mattino – , da abbattere senza scrupoli se si considera i 24 proiettili esplosi ad altezza d’uomo. L’intenzione dei giovani “kamikaze” del boss (così come definiti dallo stesso Carlo Lo Russo) era quella di replicare a una “stesa” del clan Esposito-Genidoni avvenuta nelle ore precedenti sotto l’abitazione del reggente dei “Capitoni” in via Janfolla a Miano. Il messaggio era dunque diretto al boss Pierino Esposito ucciso poi due mesi dopo, il 14 novembre 2015. La notte del 6 settembre in piazza c’era un gruppetto di ragazzini che “rivendicavano il proprio diritto a stare insieme, in strada, nel loro quartiere” ha sottolineato l’ex procuratore di Napoli Giovanni Colangelo durante la conferenza del 20 gennaio 2017, giorno in cui furono eseguite le ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei responsabili.

 

Gennaro Cesarano
Ciro Cuozzo

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