Ultimo aggiornamento giovedì, 19 ottobre 2017 - 18:26

Ciro Nuvoletta morto nell’assalto a Poggio Vallesana: Zagaria assolto in Appello

In primo grado era stato condannato all'ergastolo. L'azione provocò la morte di un innocente: Salvatore Squillace

Cronaca
11 ottobre 2017 01:40 Di Ciro Cuozzo
7'

Domenica 10 giugno del 1984 un commando composto da almeno tre auto e da una decina di persone, con a capo Antonio Bardellino, si presenta a Poggio Vallesana a Marano, quartier generale della famiglia Nuvoletta, referente a Napoli e in Campania di Cosa Nostra. Armati di mitra, pistole e fucili, e con il volto coperto da parrucche, barbe e baffi finti, gli uomini di Bardellino, Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, capi della Nuova Famiglia, fecero irruzione nella masseria del boss Lorenzo Nuvoletta.

In alto da sinistra: Bardellino e Alfieri In basso da sinistra: Iovine e Zagaria

Il commando entra nel fortino dei Nuvoletta e inizia a sparare all’impazzata uccidendo però “solo” il fratello di Lorenzo e Angelo, Ciro Nuvoletta, 38 anni, finito con un colpo in pieno volto dallo stesso Bardellino. Durante la fuga, lo scontro a fuoco tra le opposte fazioni prosegue e da una delle auto del commando un proiettile vagante colpisce alla tempia Salvatore Squillace, un imbianchino di 28 anni che quella mattina si trovava all’esterno del bar con alcuni amici.

La domenica Salvatore è solito dormire ma quella mattina si alza presto e raggiunge il bar per trascorrere alcune ore in amicizia. Nonostante la corsa all’ospedale Cardarelli e le cure dei medici, il 28enne muore dopo quasi una settimana di agonia.

Salvatore Squillace, vittima innocente

Un’azione di fuoco imponente quella della Nuova Famiglia che mirava ad assestare un duro colpo al clan dei maranesi e ai suoi alleati, i Mallardo di Giugliano e i Gionta di Torre Annunziata, ma che in realtà si rivelò un flop nonostante l’ingente numero di bossoli raccolti successivamente dalle forze dell’ordine:

2 5 bossoli per pistola cal. 9 parabellum, 3 bossoli per pistola cal. 7,65, 1 bossolo per carabina, 63 cartucce cal. 12 esplose di varie marche, nonché cartucce per fucile da caccia a pallettoni non esplose e 37 frammenti di proiettili e pallettoni di vario calibro. 

Una dimostrazione di forza quella di Bardellino e Alfieri per punire i referenti in Campania di Cosa Nostra per gli atteggiamenti piuttosto ambigui adottati nella faida che ha visto la Nuova Famiglia contrapporsi allo strapotere di Raffaele Cutolo e dei suoi uomini della Nuova Camorra Organizzata. Faida (dal 1979 al 1983 i morti ammazzati furono 818) che vide sia Alfieri che Galasso perdere pedine importanti, a partire dai rispettivi fratelli Salvatore Alfieri e Nino Galasso, uccisi dai sicari del professore di Ottaviano.

Faida che li vide alla fine trionfare. Così a tempo debito pianificarono la vendetta contro i Nuvoletta (l’assalto a Poggio Vallesana per il mancato sostegno dopo gli agguati subiti da Cutolo) e i loro affiliati, in primis i Gionta di Torre Annunziata con la strage del circolo del Pescatore avvenuta il 26 agosto 1984 nel comune vesuviano: un pullman apparentemente vuoto ma con a bordo 14 killer realizza una carneficina uccidendo otto persone e ferendone altre sette, tutte ritenute affiliate o vicine al clan di Valentino Gionta.

All’assalto armato a Poggio Vallesana parteciparono anche gli ultimi due potenti boss dei Casalesi, Antonio Iovine e, secondo le dichiarazioni di quest’ultimo (passato a collaborare con lo Stato nel 2014, quattro anni dopo l’arresto), Michele Zagaria, catturato nel 2011. Zagaria è stato inizialmente condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio Nuvoletta insieme a Maurizio Capoluongo.

In Appello, il 10 ottobre 2017, la situazione si è capovolta.  La IV sezione della Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Domenico Zeuli, ha assolto sia Zagaria che Capoluongo, accogliendo la richiesta del difensore del boss, l’avvocato Andrea Imperato, assolvendo.

I giudici non hanno dunque creduto alle dichiarazioni rilasciate alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli dal pentito Antonio Iovine. Per ‘O ninno fu il primo battesimo di fuoco nel clan all’epoca guidato dal compaesano Antonio Bardellino. Questo il racconto fornito ai magistrati da Iovine  pubblicato negli scorsi mesi dal giornale  Casertace:

“La sera prima dell’agguato alla villa di Marano, fui avvisato da Vincenzo De FALCO il quale mi disse di dormire con lui in una casa a San Cipriano. La mattina ci siamo alzati e vidi che lui, aveva preparato due macchine. Una di queste, una BMW 745, ricordo che aveva poca benzina. Ad un certo punto, infatti, arrivati a Quarto, ci incontrammo con gli altri e avviatici verso Marano, rimanemmo senza benzina e la macchina si fermò. Scesi dalla macchina e portai con me le armi mentre Zagaria le lasciò in macchina. Salimmo sulla macchina dei nolani.

Nella casa di Quarto di tale CHIACCHIO erano presenti anche persone di  Giugliano in Campania fra cui ricordo tale Antonio MAISTO ed una persona soprannominata il barbiere che fu successivamente ammazzata. Preciso che quando ripartimmo da Quarto io sono partito in una macchina insieme a Michele ZAGARIA e Vincenzo De Falco. In un’altra auto c’era Bardellino e Maurizio CAPOLUONGO. Eravamo in cinque o sei macchine e ad un certo punto passammo davanti ad un posto di blocco dei Carabinieri ma non ci fermarono. Andammo alla villa di Nuvoletta dove ci dovevano essere anche Mallardo Giuseppe ed altri napoletani.

Ma una volta sul posto non trovammo queste altre persone, forse si erano allontanati perché avevano visto i Carabinieri. A sparare contro Ciro NUVOLETTA furono Bardellino e il “barbiere”. Quando stavamo per uscire alcuni iniziarono a sventagliare tantissimi colpi contro una palazzina in alto; e poco prima di uscire fu ammazzata senza motivo un persona.”

“Dopo questo fatto, – ha proseguito il pentito, – (tutto durò pochissimo, partimmo da San Ciprinao alle 6.00 del mattino e facemmo ritorno dopo un paio di ore),  ci intrattenemmo in via Tonachelle a casa di NOVIELLO Raffaele fratello di Noviello Carmine, famiglia amica di Bardellino, io dormivo a casa di De Luca Tommaso, e la mattina ci incontrammo a casa di Noviello. Il pomeriggio tornammo li io, Bardellino e De Falco. Devo precisare che Bardellino si fidava di De Falco perché spesso Bardellino stava all’estero e De Falco assumeva il comando del clan.

De Falco a sua volta si fidava di me perché mi aveva conosciuto nel tempo come persona affidabile e seria; avevo mano a mano assunto incarichi sempre maggiori e mi occupavo anche di estorsioni e di provvedere ai soldi per i detenuti in carcere. Dal momento che io stavo sempre con De Falco acquisii ben presto la fiducia di Bardellino. De Falco mi chiedeva a volte anche consigli. […] Ebbene BARDELLINO quel giorno era molto preoccupato per la reazione dei maranesi. Pertanto volle introdurre il sistema del “giuramento” da frasi con una puntura di spillo, con il sangue e con l’immaginetta di un santo. Io fui battezzato quel giorno. Recitai la formula che mi dissero, e con il sangue si doveva bagnare una figurina di un santo, giurando fedeltà fino alla morte.

In caso di tradimento l’affiliato sarebbe dovuto bruciare come la figurina del santo. So che anche SCHIAVONE Francesco detto Sandokan giurò ed anche BIDOGNETTI Francesco. Ricordo che io seguii Bardellino a Santo Domingo e, un giorno, mentre ci trovavamo a bordo piscina gli chiesi il senso del giuramento. Lui mi rispose che comunque a questa forma di affiliazione era una forma di cautela per lui….omissis…”

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