Ultimo aggiornamento giovedì, 19 ottobre 2017 - 18:29

La crisi di “Abc” dimostra il fallimento delle partecipate e della gestione pubblica

Politica
4 agosto 2017 01:36 Di Andrea Aversa
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I vertici di  ABC – Acqua Bene Comune si sono dimessi senza polemiche, rivendicando il lavoro svolto fino ad oggi e evidenziando la buona collaborazione avuta nel tempo con il Comune di Napoli. Dal canto suo il sindaco Luigi De Magistris ha ringraziato l’ormai ex Presidente Marina Paparo e i consiglieri Ornella Carbone e Marco Race. In effetti per questa singola vicenda non è scoppiata nessuna tragedia amministrativa, ma quello che è accaduto negli uffici di una delle partecipate più rappresentative del Comune di Napoli alimenta lo stesso alcune riflessioni.

Innanzitutto la questione dell’acqua pubblica è stato un cavallo di battaglia di questa amministrazione. Ad oggi, però, ABC ha alcuni problemi di natura non solo economica e che risalgono quasi ad un anno fa, quando è stato licenziato dal Sindaco il precedente Presidente Maurizio Montalto. In quel caso sul tavolo c’erano le seguenti questioni: l’integrazione dei lavoratori della partecipata Net Service e di quelli dello stabilimento di Ponticelli. Persone da assumere in altre forme per le quali non ci sarebbero i fondi necessari. Ma le risorse economiche mancherebbero anche per alcuni impianti di depurazione, le fognature e la manutenzione. E stiamo parlando di alcuni milioni di euro che mancano al bilancio di ABC e che dovrebbero essere messe in campo dal comune stesso.

Quindi i cittadini napoletani, forse, pagano poco per la bolletta dell’acqua ma il sistema di gestione pubblica di questo servizio inizia a manifestare in modo sempre più forte tutte le sue debolezze. Ma la vicenda ABC, che mi auguro si risolva al meglio, dimostra anche un’altro fattore che riguarda in generale il fenomeno delle partecipate. Queste ultime sono nate per arginare l’influenza dei privati all’interno della sfera pubblica. Ma nel caso del Comune di Napoli, l’unica partecipata che funziona e che rende anche economicamente è la Gesac dell’aeroporto di Capodichino, che tra l’altro è stata messa in vendita da questa amministrazione per sanare i vuoti di bilancio.

Infatti, soprattutto per quanto riguarda i trasporti, la gestione pubblica dei servizi a Napoli è fallimentare. Si può parlare di un vero e proprio collasso finanziario che ha determinato delle gravi inefficienze. Di questa situazione a pagarne le spese, sono ovviamente, i cittadini, soprattutto quelli che continuano a pagare le tasse e i biglietti per il trasporto pubblico (le cui tariffe sono state “giustamente” aumentate). Così, per riempire le casse comunali vuote e indebitate, il Comune nelle sue previsioni di bilancio ha praticamente autorizzato la svendita del suo patrimonio pubblico. Il tutto avviene con la scure della Corte dei Conti pronta ad abbattersi sull’attuale amministrazione che sembra aver dimenticato che i beni della città sono dei cittadini e il suo compito è solo di amministrarli al meglio.

Ed ecco che l’amministrazione del pubblico, quella che vuole lontani i privati da qualsiasi gestione, svende se stessa proprio all’odiato nemico. Ma non sarebbe stato meglio programmare una strategia finanziaria in partenership con i privati? Una realtà amministrativa come quella di Napoli, bisognosa di soldi e con la necessità di far funzionare se stessa, ha chiuso le porte a possibili investitori con la presunzione di riuscire a gestire da sola tutto quello che riguarda i servizi pubblici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, l’unico esperimento di una collaborazione tra pubblico e privato è quello dei restauri dei monumenti in cambio di pubblicità: oltre ad alcune vicissitudini giudiziarie che vedono coinvolta la società in questione, se riusciamo a vedere un monumento restaurato ogni 10 anni siamo più che fortunati. Lo stesso vale per l’apertura e chiusura dei cantieri in città, il tempismo è lo stesso, ma questa è un’altra storia.

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