Da sempre Napoli è stata descritta o, peggio ancora, pensata come una città capace solo di crogiolarsi nel suo passato, forse neanche tanto glorioso. Un motivo però per cui questo atteggiamento si è perpetrato nel tempo trasformandosi in un abitudine poco ben vista nel resto d’Italia esiste. Effettivamente il capoluogo campano può vantare un trascorso di tutto rispetto di cui purtroppo è stata defraudata. Fortunatamente la memoria della città conserva ancora impresse a fuoco le gesta di un popolo che in fatto di inventiva non è stato mai secondo a nessuno. Ed è così che dall’armadio di un passato remoto spuntano mestieri dimenticati, figli di un tempo in cui l’arrangiarsi era un’arte sapiente, lontana parente della saggezza popolare.
Tra gli antichi mestieri napoletani ormai caduti in disuso figurava quello del franfelliccaro, forse una delle professioni più rappresentative della Napoli Ottocentesca e primo Novecentesca. Era un lavoro talmente importante da essere immortalato persino in una poesia del 1928 di Alfredo Gargiulo, intitolata appunto “’E franfellicche”. Chi era però questo strano figuro? Si trattava semplicemente del venditore ambulante di dolciumi. L’origine etimologia del termine è interessante. Sarebbe, infatti, da far risalire al greco “pompholux” ossia alle bolle d’aria che ricordavano in un certo qual modo la leggerezza di quei «pezzetti di mielazzato».
‘O Franfellicche che, in italiano, corrisponde ad una sorta di vecchia caramella napoletana veniva preparata dal venditore ambulante sul momento a partire da pochi e semplici ingredienti, per giunta poveri: zucchero, miele e coloranti. Erano necessari un fornello a carbone, un fuoco vibrante, una pentola e un uncino di metallo sul quale venivano fatte raffreddare queste delizie del palato per riuscire portare a termine l’impresa. Immediatamente, infatti, al grido di: “Guaglio’ accàttate ‘o franfellicco, Tuosto tuo’, ‘o franfellicco! Cinche culure e cinche sapure pe’ ‘nu sordo!” giovani e meno giovani accorrevano.
Il più delle volte queste caramelle venivano acquistate e, di conseguenza, consumate quando ancora calde. Questo le rendeva, almeno stando alla tradizione popolare, un ottimo rimedio contro la tosse. Questi dolciumi, quindi, non solo erano buoni ed economici ma anche salutari. Un motivo per non acquistarli insomma non esisteva proprio!
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